Non è una convinzione che ho maturato sui libri. Viene dagli anni in cui ho fatto il curatore fallimentare: l’incarico di chi si occupa di un’impresa quando ormai è finita e ne gestisce la chiusura fino all’ultimo atto. Quell’ultimo atto l’ho eseguito più volte di quante avrei voluto: l’attività che si spegne, i beni, dell’impresa e personali, che vengono sequestrati.
Non ci si abitua. Ho visto imprenditori che avevano costruito tutto in una vita perdere in un pomeriggio l’azienda, la casa, la sicurezza della propria famiglia. Ho visto la disperazione da vicino, nel momento in cui non c’è più niente da fare. E ho capito una cosa che ha cambiato il mio modo di intendere questa professione: quasi sempre, quel momento poteva essere evitato. Non con la fortuna. Con una direzione corretta per tempo, mesi o anni prima, quando i segnali c’erano già e nessuno li stava guardando.
Da lì è nato il lavoro che faccio oggi. Ho messo quell’esperienza, la conoscenza di come si arriva al fondo, al servizio di chi è ancora in tempo per non arrivarci. Affianco l’imprenditore per proteggere il suo patrimonio prima che sia esposto, e per organizzare l’impresa in modo che intercetti da sola i primi momenti di difficoltà, quando correggere la rotta costa poco ed è ancora possibile.
Chi mi ha chiamato solo alla fine, l’ho accompagnato all’uscita. Preferisco accompagnare chi mi chiama all’inizio.